La crisi del vino: Panorama elenca le cause
Nonostante le criticate affinità con Eva 3000, peraltro rimproverate pure a Peperosso, l’ultimo Panorama elenca diligente le cause della crisi del vino. Nella colonna, a firma Camillo Langone si quotano: 1) LA FINE DI UN CICLO [il vino non è più di moda]. 2) I PREZZI ALTI [tasse, ricarichi... e poi quando un prodotto è fuori moda anche regalato è troppo caro]. 3) LE CANTINE-CAVEAU [immobilizzo di capitale che influenza gli spaventosi ricarichi]. 4) I VINI TUTTI UGUALI [carte dei vini e metodi di produzione eccessivamente omologati].
Ma più dell’elenco, condivisibile fino alle virgole, ci ha appassionati l’intersezione tra acido affetto e tenero sarcasmo della piccola prefazione, riuscito compendio di generi letterari ormai pressoché inscindibili: vino + cucina + gossip + economia.
“Non bisogna stupirsi della crisi del vino, bisogna stupirsi che sia arrivata così tardi. Primo campanello d’allarme, qualche tempo fa: la ferocissima parodia di Antonio Albanese, quella con il sommelier esaltato che fa roteare il bicchiere dieci minuti per poi esclamare che è bianco. Segno che il vino si stava trasformando da simbolo di status ad argomento per barzellette. Secondo campanello, recentissimo: Anna Falchi maritata Ricucci che si lamenta con il Corriere della Sera del conto pagato al ristorante di Vissani, 800 euro a testa. “Una follia. Lui ha detto che avevamo scelto un gran vino, ma noi mica lo avevamo scelto, ce l’aveva appioppato lui”.”
“Negli ultimi giorni, per far capire il concetto anche ai più duri d’orecchio, hanno cominciato a suonare non più i campanelli ma le campane, per la precisione quelle di Gianni Zonin, 11 tenute, 1.800 ettari di vigne, il nome più fragoroso dell’Italia del vino: “I prezzi dell’uva sono in forte caduta e il consumo interno si è contratto dell’11%”. Ci salvano almeno le esportazioni? Macché: “L’export di vino è calato sia in quantità che in valore”. “Molte piccole cantine avranno difficoltà a sopravvivere. Vedo a rischio migliaia di posti di lavoro: in campagna, nelle cantine, nella distribuzione e anche nell’indotto mediatico”.
“In pratica il produttore veneto sta avvisando alcune centinaia di giornalisti enogastronomici di cercarsi al più presto una nuova occupazione ma non è questo il problema, anzi: una drastica potatura al marchettificio dei convegni e delle fiere, delle riviste e delle guide, potrebbe fare del bene a un settore già sovraccarico di costi impropri. Il sogno di ogni saggio bevitore è pagare il vino e non il marketing. Difficile che possa avverarsi completamente ma non tutto il male viene per nuocere, forse grazie a questa crisi ci saranno risparmiate le trovate più da Billionaire, le cantine disegnate dal grande architetto le cui parcelle sono inversamente proporzionali alle competenze enologiche, o le bottiglie-gioiello che quando le bevi capisci che hanno speso più per il contenitore che per il contenuto. Sono piccole soddisfazioni che non riescono a cancellare la malinconia provocata dalla fine del Bengodi vinoso degli ultimi dieci anni, una crisi le cui cause sono facili da identificare ma difficili da rimuovere“.
Immagine: Panorama.it
da massimo
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di Luca il 01/1/70
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settembre 26th, 2005 at 17:11
Uhm, e ora a metterci in ginocchi ci penseranno i cinesi con il loro vino?
http://www.tgfin.it/tgfin/articoli/articolo276556.shtml
Giorgio
settembre 27th, 2005 at 00:50
Non c’è bisogno dei cinesi, a farci del male siamo bravissimi da soli. Ma non tutti si faranno male, vedrai.
ottobre 23rd, 2005 at 09:31
Personale riflessione: in questi anni sul vino ho visto buttarcisi cani e porci. Conosco avvocati che hanno aperto wine bar per sfruttare la rivalutazione degli immobili e poterseli rivendere dopo 5-10 anni (indipendentemente da quanto potesse essersi meglio o peggio sviluppata l’attività del… wine bar!), ma anche grandi agenti assicurativi che hanno investito in terreni e macchinari diventando “vignaioli”, mentre orma non c’è duca, conte o marchese che non ci appioppi le sue “eccelse” produzioni con stemma araldico.
Il mondo del vino è complesso, legato ad un progressivo calo dei consumi (a inizio secolo scorso la media era intorno ai 50 litri all’anno per italiano… vecchi e bambini compresi…), all’innalzamento della qualità, ma anche al tentativo dei soliti “fubetti del quartierino” di fare soldi, tanti e in fretta, fregandosene altamente delle condizioni in cui si sarebbe venuto a trovare il settore. Che poi si “pianga” per la sorte di “tante piccole cantine” mi paiono lacrime di coccodrillo. Tanto più che spesso queste ultime proprio per il fatto di non aver a disposizione capitali per operazioni di marketing in grande stile, hanno partecipato al “banchetto” in minima parte, ma si troveranno a dover pagare il conto finale…. prosit!