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Hot or Not/Vino: cosa è bene e cosa è male
| HOT |
Cosa è peggio: la crisi del vino, o la crisi della stampa che parla di crisi del vino? Intendo le contraddizioni tra stampa specializzata e generica; se leggete un po’ in giro, siamo definitivamente sull’orlo del baratro; le cantine sono tutte piene, le vendite immobili, i prezzi sono alti o nella migliore delle ipotesi, ingiustificati. Chi scrive professionalmente di vino sembra essersi passato idealmente il testimone e quasi tutti, a turno, ci avvisano che Harmageddon è prossima. Per avere un quadro deprimente dello stato del dibattito, questo post di Franco Ziliani, e pure questo riprendono scritti del Teatro Naturale. Qual è il messaggio? Ci siamo illusi, ce la tiriamo troppo, i consumatori si sono rotti delle nostre chiacchiere, i produttori coi prezzi folli si sono montati la testa, adesso basta, bisogna cambiare, non siamo bravi a comunicare, e (ciliegina sulla torta) “ha ragione Gianni Zonin quando invoca un intervento di comunicazione per promuovere il vino italiano. Ma che sia una comunicazione di valori veri, non di status symbol dei quali ne abbiamo ormai a ufo. A chi spetta il compito? Allo Stato...“. Meno fuffa, insomma, e chi-di-dovere vigili.
| OR NOT |
Io non so cosa sia peggio. Se questi santi degli ultimi giorni che scrivendo di vino ci dicono che la fine è vicina, oppure i giornalisti che ancora non si sono convertiti, e come se niente fosse, insensibili al penitenziagite, se ne escono con originalissime affermazioni del tipo: “oggi si beve bene, si compra meglio, e le grandi bottiglie da bene di lusso si stanno trasformando sempre più in beni di investimento. Un investimento cosiddetto alternativo che, come le opere d’arte, segue regole differenti da quelli del mercato finanziario comune. Una bottiglia di Chateau Margot è unica...” (Margot? Magari è Margaux. Vabbe’). Tutto questo non si legge sul Corriere dei Piccoli, ma su Repubblica Affari e Finanza. Qualcuno li avvisi, per favore. E già che c’è avvisi pure chi ha curato la rubrica dei vini dell’Espresso questa settimana, che, ignaro della crisi, e della guerra alla fuffa, ci narra felice dell’ultima release di De Conciliis: “...Il nome, Si:kjube, e' la traduzione fonetica di "C" al cubo, in inglese; [tre ci: Cabernet, Cilento e Chiuse] ma il carattere è meno astruso [e menomale!]...sui 25 euro [solamente?]“. Avvisateli, la fine è vicina. E magari si mettano d’accordo su cosa è bene e cosa è male, una volta per tutte.
[Il Franco Tiratore, Teatro Naturale, Chateau Margaux, Repubblica.it] Immagini: InfoSicilia e Repubblica.it
da massimo
Ultimo commento:
di Filippo Ronco il 01/1/70
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ottobre 27th, 2005 at 17:07
Sììììììììì lo stato che intervenga anche per promuovere il vino. Vergogna!
ottobre 28th, 2005 at 01:33
Anche qui, in tema, mi permetto di contribuire all’interessante postata con un mio intervento di qualche giorno fa :
http://www.tigulliovino.it/blog/2005/10/cera_da_aspettarselo.html