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Cardo gobbo di Nizza Monferrato

La storia di un popolo si costruisce anche a tavola.
Per questo motivo senza la “bagna cauda” non ci sarebbe il Piemonte e senza il cardo gobbo di Nizza Monferrato non ci sarebbe la “bagna cauda”.
Cos’è la “bagna cauda”?
Il grande piatto invernale del Piemonte, il piatto “nazionale” dei piemontesi: una salsa di aglio, olio extravergine d’oliva e acciughe messa a sobbollire in mezzo alla tavola dove i commensali possono inzuppare verdure fresche.
Prima tra tutte il cardo gobbo di Nizza Monferrato.

Il cardo gobbo di Nizza Monferrato non è solo uno stupendo ortaggio – l’unico cardo che si può mangiare crudo, dolce e croccante, bianco e “gobbo” perché cresce sotterrato da settembre alle prime gelate – ma è un pezzo della storia contadina del Piemonte.
Una verdura che racchiude in sé la fatica e il lavoro degli ultimi “cardaroli” e la ricchezza delle sabbie del letto del torrente Belbo tra Nizza Monferrato, Castelnuovo Belbo e Incisa Scapaccino.

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set  07
4
alle 10:30
da Michele Marziani

Ultimo commento:

di il 01/1/70

Beh, io credo di essere andato a visitare ogni angolo recondito d'Italia alla ricerca di prodotti...


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5 Commenti to “Cardo gobbo di Nizza Monferrato”

  1. Carlo Zaccaria dice:

    Il cardo gobbo di Nizza Monferrato è una primizia autentica e speciale. Ricordo di averli gustati da un grande ristoratore con la fonduta di taleggio, strepitosi.
    I cardi con la bagna cauda in molte province piemontesi sono irrinunciabile. Nel Biellese, la mia zona si punta più su cavoli e topinambur .

  2. Luca Amodeo dice:

    Per completezza d’informazione, aggiungerei che si tratta di un Presidio Slow Food:
    http://www.fondazioneslowfood.it/ita/presidi/dettaglio.lasso?cod=55

    Un saluto,
    L. A.

  3. Anonimo dice:

    Caro Luca, diciamolo pure, ci mancherebbe, che è un presidio Slow Food, anche perché con i presidi e con Slow Food c’è molta sintonia, da sempre. Però, sinceramente, a me sembrano orpelli inutili, nel senso che una cosa vale sia che sia un presidio sia che non lo sia. Per non parlare dei marchi poi. A me piacerebbe che le persone giudicassero con il proprio palato, il proprio olfatto, la propria cultura e sensibilità. Non per il marchio, la firma o il sostengno, seppur meritorio, che un prodotto può avere. Insomma, leggerai di altre cose in futuro che sono presidi Slow Food, ma io continuerò a non scriverlo. Puoi aggiungerlo tu.

  4. Luca Amodeo dice:

    Caro Michele,
    d’accordo con te su quasi tutto, salvo sull’”orpello inutile”: credo che i produttori di numerosi Presìdi non considerino tale il progetto che ha permesso loro di sopravvivere e, in diversi casi, anche di prosperare.
    Che poi ci siano centinaia di prodotti agroalimentari meritevoli di segnalazione, al di là di qualsivoglia “appartenenza”, è pacifico!

    Purtroppo ci sono alcuni sedicenti “esperti di gastronomia” – non certo voi! – che, quando devono
    scribacchiare un pezzullo o montare due minuti di pessima televisione, altro non fanno che:
    a) scorrere l’elenco dei Presìdi Slow Food;
    b) trovarne uno un po’ insolito;
    c) preparare il pezzullo;
    d) guardarsi bene dal citare la fonte dell’ispirazione

    Un saluto,
    L. A.

  5. Anonimo dice:

    Beh, io credo di essere andato a visitare ogni angolo recondito d’Italia alla ricerca di prodotti gastronomici noti e meno noti, dal 1993 in avanti ho passato più di dieci anni a girare in lungo e in largo ogni porticciolo, valle, località alpina, lacustre, paesone di pianura, mercato rionale… Per cui come tu stesso dici ho ben altro modo di lavorare. E, insisto, bonariamente, a me, dei marchi e dei cappelli come quelli dei Presidi importa poco. Ad altri, giustamente, può importare di più. Dove i presidi sono eroici, hanno salvato cose che davvero stavano sparendo, là vanno citati, a fanfare spiegate. Altrove, ripeto, chiunque può commentare e dirlo. Grazie per aver detto che c’è gente che scrive così: è vero e pare che a nessuno importi la differenza.

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