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Che si dice?

Harira

Ieri per i mussulmani è cominciato il Ramadam.

Dai ricordi ripesco case e canali che parlano di Europa del nord. Gli odori di casa erano invece i profumi del mondo. Metà del quale quel giorno era a digiuno. Giorno di Ramadam, niente cibo dall’alba al tramonto. E io lì, tanti anni fa, giovane ospite di digiunanti algerini, indeciso se attendere la sera o uscire alla ricerca di burro ed aringhe.

Entravano prima dell’alba nel pentolone di coccio gli ingredienti della zuppa del Ramadam, quella che alcuni chiamano harira, quella che è sempre la stessa tutte le sere. Bene, nel pentolone di coccio destinato a sfamare un piccolo esercito di digiunanti, finivano lenticchie, cipolle, carne di agnello macellato come dispone il Corano dal macellaio islamico dietro l’angolo, ceci, tantissimi ceci, carote, pomodori, prezzemolo e poi spaghetti…

Sì, spaghetti – c’è un italiano, perdinci! – e via i Barilla fatti a pezzi e lasciati bollire tutto il giorno come il resto. A insaporire, direi a infiammare il tutto, abbondanti prese di zafferano, curcuma, coriandolo e poi stecche di cannella, pepe bianco…

Che profumo tutto questo pentolone di mondo a sobbollire dalla mattina alla sera mentre io fingevo di scrivere dietro la finestre… Zaffavano i profumi del Ramadam e io in preda a tentazioni da miscredente occidentale tentavo di avvicinarmi alla pignatta del desiderio armato di cucchiaio per l’assaggio…

No, mi diceva con un fermo sorriso Betty, una ragazza giamaicana, non certo più devota di me, ma ben istruita sull’intoccabilità del pasto. Che tortura, che crescente desiderio… Da appollaiarsi sul camino e urlare fellinianamente: voglio una zuppa! Il premio arrivava a sera, dopo il tramonto, in una casa di nuovo piena di sorrisi e di idiomi, di razze e di colori, e le scodelle riempite con la zuppa tanto attesa. Fumante dal mattino. Buonissima.

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set  07
14
alle 10:53
da Michele Marziani


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