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Dov'eravamo

Territori DiVini per noi, terroir per i francesi

Se la stonatura dovuta allo spessore dei bicchieri aveva aperto le danze in quel di Rufìna, alla degustazione dei vini riuniti sotto la bandiera Territori Di Vini, la stecca è venuta dal caldo, quasi opprimente, dell’hotel scelto per il riposo di molti dei giornalisti e degli ospiti invitati nella cittadina ampezzana per un evento da raccontare.
A partire ancora dai bicchieri ma questa volta di una sottigliezza quasi impalpabile e di un’eleganza talmente fine da dare ancora più lustro, anche dove non serviva, ai vini presentati.

Piemontesi, del consorzio Asti docg, veneti, dell’unione consorzi vini veneti doc, toscani, del consorzio chianti classico docg.
Stappati e serviti con squisita cortesia dai sommelier presenti nell’altro hotel cortinese che ha invece ospiato la manifestazione vera e propria.
Lo storico albergo dei Cardazzi che, fortunatamente, non hanno dato lo stesso fuoco alle caldaie per ammansire i diversi gradi sottozero che a Cortina, di questa stagione, sono di casa come i vip.
Importanti e di alto livello come lo sono stati quasi tutti i vini degustati. Molti dei quali già sperimentati e ritrovati con piacere a far parte della compagine di bottiglie poste in bella mostra nelle raccolte salette dell’Europa.

In verità forse fin troppo numerose ma necessarie per dare l’idea di quanto buon vino si produca in quelle zone d’Italia particolarmente vocate che non a caso, hanno scelto un logo univoco per farsi rappresentare. E così unite, riaffermare la loro forza quale espressione di territori che anche singolarmente valgono tanto quanto, se non di più, del terroir dei francesi.

Vocabolo dal grande fascino, intraducibile dal nostro idioma ma se anche lo fosse, non riuscirebbe a tenere insieme tutti i campanili all’ombra dei quali ogni palato trova il suo vino.

Aromaticamente brioso e festaiolo, come gli spumanti astigiani di san Secondo a cavallo, vellutatamente armonico e deciso come i chianti classici del gallo nero, serenissimo in ogni sua sfumatura come i veneti del leone alato.
Vini tanto diversi fra loro quanto legati da una condivisa qualità superiore, decisamente in forte ascesa.
Soprattutto, quando si parla di perle rare come quella “porpora bevibile di soavità incredibile” – definizione presa a prestito da Flavius Magnus Aurelius Senator – gustato alle ultime battute del concertato evento e dal nome che questa volta, sono i francesi a non riuscire a tradurre: amarone.
Vino che meriterebbe un capitolo a parte, cosa che sarà fatta, al pari di tutti gli altri presenti e in rappresentanza di un’enologia italiana che ti fa sentire a casa tua in ogni dove.
Soprattutto quando chi fa il vino sa farlo come si deve ma non per questo deve o può adagiarsi sugli allori. I francesi, a onor del loro merito, potrebbero “inventare” altri vocaboli ben più temibili di terroir.
Che da noi certo non manca e va ancora più coltivato.

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gen  09
20
alle 08:20
da Strami

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di Un altro Vinitaly « Deep37.com il 01/1/70

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Un Commento to “Territori DiVini per noi, terroir per i francesi”

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