Archivi della categoria ‘Polemiche’
Torroni e croccantini a San Marco dei Cavoti
Dopo tanti buoni tartufi, più di uno gli appuntamenti che vi abbiamo suggerito fra Umbria e Toscana, perchè non proseguire in bellezza con un ghiotto calendario a base di torroni e croccantini?
Tanto più se la proposta viene da una terra che troppo spesso viene additata solo come regno di malgoverno, affari più o meno criminali e di gente sempre al traino e improduttiva che non rappresenta certo l’altra parte di quella Campania che invece lavora, fa imprenditoria intelligente, scovandosi i propri mercati di nicchia, e che non ha certo bisogno di un altro sbarco dei mille come dice il ministro “fasso tutto mi”, tutto annunci e pochi fatti.
Polemiche a parte, tornando alla realtà dei fatti o meglio dei delizioissimi fatti, prodotti in quel di San Marco dei Cavoti, nel beneventano, la Festa del Torrone e del Croccantino si snoda lungo tutto il mese di dicembre offrendo una ricca serie di appuntamenti sulla scia di un percorso impareggiabile di dolci armonie dove le note della sinfonia che ne risulta, sono le nocciole, le mandorle, il cioccolato e lo zucchero per il croccantino, mentre, per il torrone, il pentagramma è contrappuntato dalle note del miele, zucchero, albume d’uovo, ostie; che per le versioni più eleborate del torrone, prevedono pure l’aggiunta di cioccolato, agrumi e caffè.
da Strami
Indicazioni enogastronomiche: lanterne o lucciole
E’ capitato anche a noi di segnalare una rivista enogastronomica di buona caratura dove, a detta di un nostro lettore che dopo averne seguite le indicazioni, ci ha raccontato che fra le pagine dedicate a un ristorante, visitandolo, ha trovato parecchie notazioni non corrispondenti : succede.
Ci sono gusti si e gusti no, giorni si e giorni no e tanto altro ancora che può non far collimare le cose, per cui, anche articolo e articolista possono peccare e non essere in linea con il giudizio del lettore che, fiducioso di quel che legge, va e prova il locale indicato.
Quel che invece non dovrebbe succedere, leggendo una pubblicazione/guida fresca di stampa, è che un locale recensito compaia nonostante sia andato a fuoco qualche anno prima e mai più risorto dalle ceneri.
Se poi il ristorante continua ancora ad essere presente anche negli anni a venire, vedendo pure accresciuto il giudizio positivo, la cosa, come dice Massimo Bernardi, e con lui altre autorevoli firme enogastronomiche, la cosa, si diceva, va decisamente molto ma molto meno bene.
Non tanto perchè è diabolico perseverare, quanto perchè può succedere che il fiducioso lettore, con la sua bella pubblicazione in mano e trovandosi a passare dalle parti dove dovrebbe esistere tale ristorante ricco di entusiasti punteggi, decida di andare direttamente sul posto e scoprire che non può nemmeno essere in disaccordo con il recensore, trovandosi di fronte solo ceneri.
Ora, qualcuno dirà che una telefonata preventiva o di prenotazione, il fiducioso lettore dovrebbe e deve sempre farla ma perchè, il fiducioso lettore che ha pagato con i suoi euri il fior di recensione, deve anche preoccuparsi di verificare dell’esistenza ( in vita ) del ristorante recensito?
Tanto vale, se proprio proprio si cercano lanterne che a questo punto sembrano sempre più lucciole, spendere i soldi una sola volta nella vita e non ad ogni nuovo appuntamento editoriale fresco di stampa, aspettando, magari, che guide/publicazioni dopo qualche mese o anni, finiscano fra i saldi e messe in vendita a metà prezzo.
da Strami
Gli scampi di Zut
In tempi di vacanze, magari per mare e magari in Croazia, prima di essere ormeggio sicuro in vista di burrasca, la banchina d’attracco di Zut merita di essere vista. Non è terraferma, ma una lunga palafitta che forma quasi una piscina naturale separando barche ed equipaggi dall’isola e dai posti di ristoro della marina ACI che, invece, non merita affatto.
Troverete un ristorante senza fantasia, l’hanno chiamto Zut e l’unico merito è stato di funzionare da fornitore di fettine di prosciutto dalmata, antipasto sui generis, e scampi alla piastra, come secondo.
Congelati, e con l’unico e solo merito di non avere sentore di ammoniaca che svelasse, al pari della pezzatura uniforme al millimetro, la loro permanenza fra i ghiacci dei congelatori.
Onore al ghiaccio dunque che in ogni caso non ha mitigato il bruciore della riga del conto e le quasi trecento Kune a testa ( all’incirca quaranta euro).
Non poche per le due portate anche se comprensive di birra, acquagas e caffè e un servizio… del tutto insufficente.
da Strami
Guide gastronomiche e La Leggenda dei Frati
Visto che si fa un gran parlare di guide e “guidatori”, di chefs pluristellati e di cuochi scappellati, pronti a prendere il loro posto perchè comunque il gioco vale ed è valso la candela, alla domanda su cosa ne pensassi su tutto il gran baccano, per il momento abbastanza limitato all’etere di Ricci con la sua Striscia e con poche speranze di maggior diffusione su quotidiani e riviste, che sono di carta (stampata) come le guide incriminate, qui c’è una prima risposta.
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da Strami
Mezze cozze tarantine e professionalità sprecate
Domenica scorsa, in quel della padovana Monselice, nelle fascinose sale del ristorante Tavern, si è svolta la prima delle selezioni messe in calendario dal centro culturale Renoir di Taranto che sta facendo “viaggiare” dal sud al nord Italia uno dei prodotti più tipici e rappresentativi della terra pugliese: la cozza di tarantina.
Coinvolgendo, nella lunga maratona enogastronomica, chef e ristoranti del nostro italico stivale che si cimentano nella preparazione di piatti per valorizzar gusto e sapore del gustoso bivalve. Caratteristiche di un mitilo che a dispetto della popolarità plebea che lo circonda, sa diventare prelibata ghiottoneria.
da Strami
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di Strami il 01/1/70
Mani in Pasta?

Capita che una bella serata di inizio novembre, mentre impazza la polemica sul caro-pasta e Mr Prezzi decide di convocare i maggiori produttori, ti si presenti l’opportunità di ascoltare un parterre de roi pastaiolo parlar di pasta.
Così, senza troppe remore ed anzi armato di un pacco di curiosità formato famiglia, vai taccuinomunito a sfamare la tua curiosità pastacentrica.
Ci sono un grande chef (grande sul serio), un gastronomo ed il rappresentante commerciale di un grande – e conosciuto – pastificio di Gragnano, che ancora è “un’azienda familiare”, ti dice lui, anche se è una S.p.A. e ti risulta avere le mani in pasta in molti altri campi, oltre a quello della pastificazione sic et simpliciter.
In effetti è una serata davvero interessante.
E torni a casa con una confezione da due chili di titubanze, e sincera preoccupazione.
Perché, chiedete voi?
da Fabrizio Gabrielli
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di Fabrizio il 01/1/70
Io non ho mai detto c...
Il Kebab a Bergamo Alta? Una modesta proposta

Iniziata poco più di due mesi fa, la questione Kebab sì vs Kebab no a Bergamo Alta si sta facendo ingarbugliata.
Per il lettore che magari non ha seguito tutti i rimbalzi della notizia in rete (specie quelli sui foodblog che affrontano con occhio disincantato i fatti quotidiani da un’ottica gastrocentrica), ricostruiamo un po’ la cronistoria.
Badate bene, questa è una faccenda tutt’altro che di facile digeribilità, come molti dei kebab che girano sugli spiedi nell’italico stivale.
Ma vale la pena di arrivare fino in fondo, perché là c’è LA soluzione. Pronti?
da Fabrizio Gabrielli
La Sangria analcolica, eh?

Vi dicessero che la Sangrìa non ha origini spagnole, ammettetelo, vedreste crollare in terra con un tintinnio di cristalli quel castello in aria di cibi, odori, frutti e città che, nelle vostre teste, è la Spagna.
Corrida flamenco tapas cerveza ramblas sangria Fernando Torres olé!
Basta coi luoghi comuni.
E basta anche con gli affronti: provate a cercare su Google “sangrìa analcolica”: più di novecento risultati.
Per una cosa che non c’è. Che non può esserci.
Volete saperla, una volta per tutte, la vera storia della sangria?
da Fabrizio Gabrielli
[S]cortesie per gli ospiti (ovvero, il cuoco in Borghese)

Diciamocelo, Alessandro Borghese possiede il poker delle qualità che manderebbero in sollucchero ogni donna, e non solo la notte dell’8 marzo prossimo: bello, intelligente, abile ed affabile.
In più, è uno chef con la stoffa.
Gli autori televesivi non chiedono niente di meglio.
Per questo è diventato in breve tempo uno dei nuovi sex-symbol gastropatinati, conducendo con successo su Discovery Real Time prima L’Ost, dove girovagava vissaneggiante con l’intento – molto slow -di portare nel tubo catodico le prelibatezze dell’Italia intera; poi facendosi giudice culinario di serate perfette o presunti tali in Cortesie per gli Ospiti.
Infine, in uno slancio di fascinosità, Cuoco gentiluomo, dove seduce starlette televisive prendendole per la gola.
Personaggio simpatico, competente ed anche con quella rugantinica faccia tosta da renderlo amato dalle donne.
Se ne sono accorti anche i pubblicitari, infine.
E siccome non sono più i tempi in cui a metterci la faccia è il produttore (da Giovanni Rana a Francesco Amadori, che almeno conosceva i suoi polli), eccolo scritturato dal signor Findus, nientepopodimenoché.
Ecco così la faccia del cuoco in Borghese finisce sulla reclame dei quattro salti in padella.
Aspettiamo ansiosi la prossima serie di Cortesie per gli Ospiti, allora.
E vediamo che faccia farà il buon Borghese nel momento in cui il padrone di casa, anziché trascorrere una giornata intera sui fornelli, sfornerà, in sette minuti netti, dei Bucatini all’Amatriciana griffati Findus.
Welcome to Hell.
da Fabrizio Gabrielli
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di arianna il 01/1/70
Pizza e Birra, davvero un così pessimo abbinamento?

Mi capita di leggere, sul “Diario di gusto e piacere” di Tommaso Farina, un post dal titolo un tantino tranchant: “Pizza e birra, nessun abbinamento peggiore“.
Incuriosito, poiché convinto assertore del contrario, noto che si scivola sulle melmose pareti del cliché.
Perché quello tra pizza e birra è un abbinamento banalizzato ma non banale.
Perché se il connubio è divenuto l’emblema della sveltina gastronomica del sabato sera, cionondimeno non ne vanno svilite le potenzialità gastrostupefacenti.
Sul danno appesantimento arrecato alla digestione concordo con Tommaso se e solo se si da per assunto l’accostamento birra industriale slash pizza-o-sedicente-tale, ovvero quegli impiastri d’impasto ricchi di addittivi chimici all’uopo usati per accelerare i tempi di lievitazione.
Conosco almeno una manciata di mastri pizzaioli che dedicano ai loro impasti dalle quarantotto alle settantadue ore di lievitazione. Ed assicuro per esperienza personale che mai digestione fu più piacevole e facile.
Per l’aspetto dell’antistoricità, invece, viene in mio soccorso quanto scritto tempo fa per Mondo Birra dalla dottoressa Stefania Sofra, egittologa d’indubbia fama.
D’altronde la pizza è l’italica parente dell’araba pita (anche linguisticamente parlando), nata ai piedi delle Piramidi seimila anni fa. E “[...]Cosa alquanto curiosa, nel tempo in cui la “pita” costituiva l’elemento base dell’alimentazione egizia, la birra era la bevanda più diffusa in Egitto [...]“, dice ancora la Sofra.
Insomma, l’antistoricità sembra essere più che altro una fisima tutta italiana.
Dove, piuttosto, dovremmo augurarci salga il livello dell’offerta pizzaiola e birraiola. Per scoprire, ancor di più, che pizza e birra – se come si comanda – si può, eccome.
da Fabrizio Gabrielli
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di GRZ il 01/1/70






